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venerdì 2 settembre 2011

Il cow boy del rione




Il cow boy del rione
di Giovanni Pistoia

 

Caro Stefano, ti presento Carolina




Caro Stefano, ti presento Carolina
Giovanni Pistoia


Ho dimenticato la mia ombra




Ho dimenticato la mia ombra
di Giovanni Pistoia



La mia vita è un pendolo. Sono un uomo diviso in due. Ondeggio. È terribile vivere in queste condizioni. Sono rientrato da tre giorni dalla città dove lavoro, ho voglia di ripartire subito. Qui non trovo più i miei vecchi amici d’infanzia, conosco poca gente. Neanche i luoghi da me frequentati sono più gli stessi. Li trovo malinconici, privi di vita. Anche il castello ha perso il suo fascino: lo preferivo misterioso, inaccessibile per noi ragazzi che giocavamo ai suoi piedi. Il mio non è un paese piccolo, certo non è Milano, eppure sembra disabitato: vi sono auto, non persone. L’orologio, qui, segna un tempo diverso. A volte mi pare che sia fermo, altre volte che torni indietro, altre volte ancora mi pare che si muova, sia pure lentamente. Ho deciso: anticiperò la partenza. Ho tanti impegni su, qui mi annoio.


giovedì 1 settembre 2011

Laggiù, nel paese di Giò




Laggiù, nel paese di Giò
di Giovanni Pistoia



Amava osservare lo sfrecciare abile delle rondini. Contarne, soprattutto, le industriose costruzioni sotto i cornicioni di un lungo fabbricato. Salire sugli alberi e legare tante cordicelle quanti erano i nidi dei passeri a ogni ramo, per ricordarsi di quanti ve n’erano; raccogliere le ghiande e contarle, mentre le inseriva in un sacco di iuta non molto grande. Contava perfino i petali delle margherite di campagna.
Quello del conteggio era una vera e propria mania di Giò, ragazzino minuto, con pochi capelli raccolti in un ciuffo biondiccio. La zia Ida lo prendeva in giro, perché diceva che quel boccolo dorato se lo faceva intenzionalmente per attirare l’attenzione delle ragazzine, che frequentavano le scuole elementari insieme con lui.
 

sabato 27 agosto 2011

Il mare è stanco




Il mare è stanco
di Giovanni Pistoia


Case bianche e basse. Muri diroccati e abbandonati alle ortiche. Tanti palazzi, e senza colori. Il paese si distende tra la collina arsa e una spiaggia portata via dal cemento. Il verde è sempre più una specie in estinzione, anche se uliveti secolari resistono ai fulmini e alle stagioni senz’acqua. D’estate vie e vicoli, piazze e spiagge recintate si animano di musiche e di canti, di ampi sorrisi, di abbracci e racconti. Con il venir meno del caldo le voci si disperdono. I treni affollati riportano i vacanzieri, gli emigrati e gli universitari verso le città. Nel paese ridiscende il silenzio. Gli abituali abitanti, sempre più anziani, recuperano il ritmo di sempre. E così anche i treni. Sempre di meno, e sempre più vuoti, a transitare tra stazioni ferroviarie incustodite. Il mare è stanco, il suo ansimare logora chi lo ha troppo vicino.
 

lunedì 25 luglio 2011

C’è qualcosa di nuovo nel cielo di maggio




C’è qualcosa di nuovo nel cielo di maggio
di Giovanni Pistoia



Sulla collina, poco distante dal campanile, si rincorrono i ragazzini dietro i loro aquiloni. Il cielo ha il colore bianco della perla, il sole primaverile pizzica dolcemente i volti accaldati, l’erba fa smorfie di dolore, mentre il popolo degli aquiloni calpesta i papaveri rossi, le piccole margherite, che occhieggiano, timidamente, tra la verde e insidiosa orticaria. Due aquiloni, che sembrano pipistrelli giganti, si azzuffano in cielo e precipitano a terra tra un coro di disapprovazione e d’ilarità dei tanti ragazzi, che affollano la montagnola di quel bel paesetto.
Marco, un ragazzino di nove anni appena compiuti, dal balcone della sua abitazione, guarda incantato la collina in festa. Discute animatamente con la sorella, Carla, che ha qualche anno più di lui, indicandole, con il dito della mano, l’aquilone più bello.
 

domenica 24 luglio 2011

La cagnetta Valentina ripetente per amore




La cagnetta Valentina ripetente per amore
di Giovanni Pistoia



La finestra è un piccolo spazio, appena dietro la cattedra del maestro. I ragazzini, seduti su due lunghe ali di banchi, riescono a intravedere un frammento di cielo azzurrino perlato di innocue nuvolette, il verde di arbusti incolti, binari sui quali giocano le luci e le ombre del sole. L’aula è un lungo corridoio, sulla destra i banchi delle femminucce, sulla sinistra quelli dei maschietti. Il portone d’ingresso affaccia direttamente sulla strada. Non c’è il suono della campanella ma la voce di Dora, la bidella, che chiacchiera con i passanti, mentre gli scolari entrano, di buon mattino, in classe. Quando gli scolari prendono posto, la cagnetta Valentina entra nell’aula e si accuccia all’ingresso. Dora chiude il portone. Il maestro appende il suo largo capello a un improvvisato appendiabito e apre il registro: “Facciamo l’appello!”, e si siede dietro la grande cattedra, posata su un alto piedistallo. Il maestro chiama per nome gli scolari e solo in caso di omonimia utilizza il cognome. Il ragazzo interpellato si alza e dice: “Presente!”. Terminato il lungo elenco, guarda con un sorriso bonario la cagnetta ed esclama: “Valentina!” e i ragazzi, in coro, rispondono: “Presente!”, mentre la cagnetta drizza le orecchie, raccoglie il muso, quasi nascosto da ondeggianti peli argentati e dorati, tra le zampe e assiste alla lezione, meritando sempre un bel dieci in condotta.

Eri il mio bambino più bello




Eri il mio bambino più bello
di Giovanni Pistoia



Eri il mio bambino più bello. Sei stato l’ultimo regalo di tuo padre, prima che andasse via. Un giorno la fitta nebbia gli annullò la vista e finì fuori strada, con il suo vecchio camion, al ritorno da uno dei suoi tanti viaggi. Eri l’ultimo di cinque figli e toccava a me, e solo a me, tirare la carretta.
Ti ho portato in grembo per nove mesi e, a pensarci bene, anche qualche giorno in più. Tuo padre mi portò d’urgenza in ospedale perché non ti decidevi a venire fuori (ah, se tu fossi morto quel giorno!). Poi nascesti, avevi tanti bei capelli castani, che cascavano sulle orecchie e sulla fronte. Eri davvero bello. Ti ho cullato come un piccolo angelo, ti ho dato il mio latte, che non ti è mancato mai. I tuoi fratelli e le tue due sorelle ti volevano un bene pazzo. Crescevi robusto e allegro. Eri la mascotte della famiglia.
Quel giorno che tuo padre ti lasciò, tu capisti, subito, che non sarebbe ritornato più. Da quel giorno, ci stringemmo ancora di più attorno a te. Eri la mia luce, la speranza, la vita, che doveva essere vissuta, pur con il dolore nel cuore.
 

lunedì 2 maggio 2011

Galoppa, Strong, e non fermarti mai




Galoppa, Strong,
e non fermarti mai


Galoppa galoppa galoppa cavallo bizzoso,
rotea al vento la tua bella criniera lunga e nera.
Galoppa galoppa galoppa cavallo senza padrone,
mostra, vanitoso, il tuo bel manto lucido e rossastro.
Galoppa galoppa galoppa cavallo senza età,
mentre insegui l’acuto fischio della vecchia vaporiera.
Galoppa, Strong, galoppa, in libertà,
e non fermarti mai.
 

domenica 1 maggio 2011

Gesù Bambino




Gesù Bambino


Una lunga scia bianca appare dalle montagne innevate e avanza in un cielo senza colore, mentre il sole, un timidissimo sole, si è già nascosto chi sa dove. Un aereo, quasi un giocattolo piccolissimo e luminosissimo, un punto rosso diretto oltre il mare fa sentire un lontano rombo di motore.
La città sembra già pronta ad addormentarsi, un freddo polare chiude porte e finestre. Le automobili sgusciano via con i vetri appannati e i fari accesi. Sulla piazzetta, circondata da una grande quantità di palazzi dallo stesso colore e dalla stessa geometria, si erge ancora il grande albero di Natale, voluto dagli abitanti del quartiere, un quartiere grande come una città. È ancora vestito a festa. Piccole e grandi sfere luminose brillano, le luci intermittenti ne esaltano i fantasiosi colori. I pochi fiocchi di neve cristallizzati dal freddo rendono l’albero ancora più magico.
Non vi sono bambini: il gelo li costringe a casa. Domani, domani certamente si faranno vedere ancora, prima che il calendario annunci che le lunghe feste natalizie sono finite e che bisogna riprendere la strada della scuola. Pedoni in giro se ne vedono pochi. Visi nascosti a ripararsi dal freddo, passi veloci e dritti verso le abitazioni.

venerdì 29 aprile 2011

Ladri di giocattoli




Ladri di giocattoli


Vorrei essere un cavallo per scorazzare nei prati verdi,
vorrei essere una farfalla per volare nel cielo,
vorrei essere un albero per farmi ondulare dal vento.
 

giovedì 28 aprile 2011

Il bocciòlo giallo di Samantha




Il bocciòlo giallo di Samantha


C’è aria d’allegria in questo stupendo angolo della città. La maestra Bianca compie ottanta anni, parenti e amici le stanno preparando una grande festa. Ma deve essere una sorpresa.
Bianca è stata per quaranta anni maestra di scuola elementare. Ha insegnato in più località. Appena conseguito il diploma, ha lasciato il suo paesello del Sud ed è andata a insegnare in alcune vallate nel Friuli. Poi, di trasferimento in trasferimento, è riuscita a trovare una sede fissa in questa cittadina umbra. Qui si è trovata bene. Non è più ritornata, se non per qualche giornata estiva, nel suo paese. Si è sposata non più tanto giovane ma, nonostante ciò, ha avuto una famiglia numerosa, con figli, nipoti e pronipoti. Ora, è vedova da un bel po’ di anni. Il suo Luigi, anzi il suo Luigino come continua a chiamarlo lei, ha preferito andar via prima, ripete con grande serenità “la Maestra”, come è chiamata rispettosamente, per cercare un bel posto Lassù: “Sa, alla nostra età, andare in giro per trovare una sistemazione buona per l’eternità non è cosa facile”, spiega con aria rassicurante.