domenica 8 maggio 2011

La biblioteca di Alessandria di Dante Maffia


I nostri canti più dolci
sono quelli che narrano
i nostri pensieri più tristi
(Euripide)


La biblioteca di Alessandria di Dante Maffia
Giovanni Pistoia


«Senza una parola di sciocca retorica o di inutile pianto, le pagine del libro di Maffia scorrono sotto gli occhi del lettore come dolenti e secche testimonianze di un fatto che fu oggettivamente vero duemila anni fa, ma che solo oggi, attraverso pagine limpide e dolenti di un poeta di venti secoli dopo, tornano umanamente attuali; quasi miracolosamente e credibilmente sottratte all’oblio, nelle quali l’ovvia falsità storica nulla toglie all’attualità poetica; e persino -vorremmo dire- alla loro possibile verità biografica. Con questi testi Maffia dimostra davvero di essere uno dei maggiori poeti italiani del secondo Novecento.»

È un passo del breve ma indicativo scritto di Giuliano Manacorda a proposito di quel gioiello di poesia che è il volume di Dante Maffia dal titolo “La biblioteca di Alessandria”. Maffia affida a quindici componimenti (“confessioni”) il racconto, estremamente puntuale, di quell’immane incendio che devastò la grande biblioteca di Alessandria, il monumento culturalmente più drammatico della grecità classica. Lo fa attraverso un’analitica rappresentazione plastica delle gigantesche fiamme che inceneriscono rotoli di pergamene ma, soprattutto, narrando lo sgomento, lo stupore, la rabbia, la delusione, le emozioni, la commozione di poeti e scrittori che vedono andare in fumo le loro opere, il loro nome, e tanto sapere.
Maffia per raccontare tutto ciò si consegna alla poesia: operazione difficile e pericolosa scrive Manacorda, perché il poeta può andare incontro a rischi molto alti. Due, in particolare: la retorica classicheggiante e la falsa modernizzazione dell’argomento. Giuliano Manacorda chiarisce subito che il poeta Maffia evita questi tranelli. E vi riesce in maniera sublime perché si affida alla ricostruzione, davvero originale, di quei momenti. Ne racconta i particolari come se fosse presente. Le notizie e le testimonianze «in prima persona vengono rese con tali asciutti ma drammatici accenti - scrive Manacorda - da rendere “vere” quelle che dovettero essere le parole di chi da quell’incredibile evento subì il maggior danno.»

Il problema sta proprio qui: chi legge le poesie di Maffia sente il fuoco sul viso, gli odori e il lamento delle pergamene, vede le ceneri che si diffondono nei cieli, le sbavature delle fiamme che si alzano fino all’ultimo piano, avverte il fiato delle parole spegnersi. Non solo: attraverso Maffia sono i poeti e gli scrittori che, presenti sulla scena dell’orrore, esprimono i propri sentimenti. Chi, non potendo più vivere senza i propri libri, risolve il dramma con una dose di cianuro. Altri, davanti a quello scempio, finiscono per tagliarsi la gola:

Non ero mai esistito. Senza i miei libri
ero niente …

Altri ancora vogliono scoprire dove le fiamme hanno portato le proprie pergamene e, soprattutto, se le parole si sono staccate dall’anima.

Il poeta Dante Maffia non cade nei tranelli paventati da Manacorda per il semplice fatto che quello che descrive non è un falso storico, egli non ha inventato nulla, i suoi versi non sono una brillante finzione letteraria. È rigoroso nella ricostruzione del fatto perché è lì: è vicino a quelle fiamme, dentro quel fuoco, perché è uno dei poeti che vede andare in fumo memorie parole pensieri versi. Insieme ad altre voci, soffre per la perdita incolmabile, rovista affannosamente nella cenere, smuove pietre; non si da per vinto.

Ma davvero pensavano che bruciando quel ricco patrimonio umano e culturale la Poesia (e l’Arte, e la Cultura, e le Idee, e i Pensieri, e la Parola) sarebbe andata distrutta per sempre? e che tutto sarebbe finito nel Niente? No. E Maffia, che in una delle sue tante vite duemila anni fa è protagonista in Alessandria, frequentatore assiduo di quella Biblioteca (svelato finalmente il mistero del perché è una biblioteca vivente e ricorda tanti libri a memoria!) davanti a quel rogo ghermisce l’essenza che sta andando in fumo per custodirla nel proprio cuore:

I libri d’Alessandria sono custoditi
nel mio cuore che li rubò a una stella.
Non si perde mai nulla.

Nel novello Dante Maffia, poeta dalle radici sibarite (è solo un caso?), riemerge, duemila anni dopo, quel poeta greco, ed esplode la sua vendetta: la testimonianza dura e dolcissima di quello che è avvenuto e documenta ancora grandi verità, che sempre si riparte, che il cane ingordo, il Fuoco, dovrà “vomitare tutte le storie di cui s’è nutrito”, che il sogno di Eratostene (attende covando vendetta di ricevere dagli dei ciò che gli è dovuto) non finisce, che ogni verso è un grido che amplifica la vita e allontana la morte.

Non si perde nulla. Per quanto doloroso possano essere alcuni avvenimenti -le fiamme di Alessandria e altre tragedie che si sono verificate nel tempo, soprattutto quando la memoria degli dei è colpita da una funesta distrazione- nel cuore del poeta non si perde mai nulla. E con la poesia la scrittura la parola la vita può avere un senso.

Non chiedete dove dormono i poeti di Alessandria: non hanno una tomba, ma le loro ceneri sono ovunque:

Sono anima del vento che non si ferma mai,
sostanza d’azzurro, linfa delle piante.

Altri sono ritornati, ricchi di una cultura di secoli, con più forza poetica, con grande raffinatezza stilistica, per consegnarci pagine di struggente e alta poesia, come questa creatura di Maffia, un poeta che sente vibrare le radici della sua terra, la Calabria e, nello stesso tempo, appartiene, con la sua anima, al mondo. Dante Maffia è certamente, come affermano in tanti, tra le espressioni più autorevoli e originali della poesia italiana, e non solo. E La biblioteca di Alessandria, come scrive Cristina Di Massimo, un «capolavoro di straordinario valore letterario e umano, vera pietra miliare della poesia del nostro tempo.»


Dante Maffia
La biblioteca di Alessandria
Azimut, Roma 2008


Foto: copertina del libro con opera di Adriana Merola


Giovanni Pistoia
La biblioteca di Alessandria di Dante Maffia
in: L’albero delle mele d’oro
8 maggio 2011

Nessun commento:

Posta un commento