martedì 13 settembre 2011

La spiaggia rubata




La spiaggia rubata
di Giovanni Pistoia



È la spiaggia mia e dei miei fratelli. La spiaggia di noi ragazze, ragazzi e bambini: abitiamo a un centinaio di metri dal mare, dove trascorriamo le nostre giornate. Per tutto l’anno, non solo d’estate. Ci tiene lontano solo il cattivo tempo, una forte mareggiata, il vento freddo. Eppure anche tutto ciò ha del positivo; passata la bufera, corriamo sul lido per vedere quello che il mare ha abbandonato: cavallucci marini, conchiglie, pietre levigate, e tanta robaccia. E la robaccia è motivo per una sorta di caccia al tesoro. Non si ha idea di quello che il mare lascia sulla battigia dopo i suoi terribili momenti di nervosismo.
I bambini, si sa, sono curiosi e i ragazzi un po’ incoscienti.  Tocca a noi più grandicelli stare attenti. Ma anche noi non siamo stinchi di santo. Ci siamo organizzati in gruppi e attendiamo ansiosi che il mare cessi di ruggire, che il tempaccio, in una parola, ci permetta di uscire da casa e riappropriarci della spiaggia, bagnata e profumatissima. L’odore di salsedine è talmente forte che ci impregna i capelli e i vestiti, ma i polmoni respirano danzando.

Ecco, parlo al presente, ma non è così. Quella era la nostra spiaggia, il nostro mare, la nostra pineta. Ora è il nostro cielo proibito.
  

Quel lido è diventato un grande spazio, dove uomini di diverse età si appartano, spesso chiusi in automobili, con donne di varie età; alcune sembrano bambine. Donne che gli uomini prendono dalle strade, le portano qui, in tutte le ore del giorno, e fino a tarda sera. Stanno un po’ e poi vanno via. Il movimento delle auto è intenso. La notte è il regno di chi viene a drogarsi. A volte vediamo accendersi falò. Non è infrequente sentire litigare. Una volta ci veniva qualche coppietta, ora non più, è rischioso.

Per noi che abitiamo qui è pericoloso farsi vedere in giro, passeggiare per le viuzze della campagna: è facile essere confuse con le donne che si vendono. Capita che uomini alla guida delle proprie auto ci invitino a salire sui mezzi, ci fanno l’occhiolino, sibilano parole volgari: situazioni davvero spiacevoli.

Su quella riva ci siamo andati fino a qualche anno fa. Ora non è più così. Sono nata qui diciannove anni fa e ora mi è stata rubata la spiaggia, la mia culla. È stata rubata alle mie amiche, ai ragazzi e ai bambini del posto. Siamo tutti prigionieri nelle nostre case e le mamme, che fanno le sentinelle, ci raccomandano di non guardare. Il mare non può essere visto nemmeno da casa, perché le finestre restano spesso chiuse, i vetri rigorosamente coperti da tendine.

Era il nostro piccolo villaggio delle meraviglie: una spiaggia bellissima e alle spalle una rigogliosa vegetazione. D’estate il nostro mondo si affollava di turisti, poi ritornava, per tutto il resto dell’anno, nostro, solo nostro. A noi del posto è stato rubato tutto, respiriamo a stenti perfino la brezza. A quelle donne, che numerose frequentano questo inferno, hanno rubato la dignità, la vita. Il cielo percepisce tutto e la terra è indifferente. Anche i gabbiani si fanno vedere raramente. Solo le onde urlano il proprio dolore e lacerano la costa come una belva inferocita, e vorrebbero inghiottire tutto, perché, dicono, gli uomini non sanno che farsene della vita e del paradiso.

La spiaggia rubata
di Giovanni Pistoia
L’albero delle mele d’oro
14 settembre 2011

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