giovedì 1 settembre 2011

Laggiù, nel paese di Giò




Laggiù, nel paese di Giò
di Giovanni Pistoia



Amava osservare lo sfrecciare abile delle rondini. Contarne, soprattutto, le industriose costruzioni sotto i cornicioni di un lungo fabbricato. Salire sugli alberi e legare tante cordicelle quanti erano i nidi dei passeri a ogni ramo, per ricordarsi di quanti ve n’erano; raccogliere le ghiande e contarle, mentre le inseriva in un sacco di iuta non molto grande. Contava perfino i petali delle margherite di campagna.
Quello del conteggio era una vera e propria mania di Giò, ragazzino minuto, con pochi capelli raccolti in un ciuffo biondiccio. La zia Ida lo prendeva in giro, perché diceva che quel boccolo dorato se lo faceva intenzionalmente per attirare l’attenzione delle ragazzine, che frequentavano le scuole elementari insieme con lui.
  

Quando Antonio, il cantoniere, sistemava su di un banchetto improvvisato un lungo registro, all’ombra di una grande quercia, per segnare tutti i veicoli, che attraversavano quel tratto di strada di sua competenza, il ragazzino correva ad aiutarlo. E ogni volta che un qualche mezzo transitava, lui metteva un segno in un quadratino sul librone. E Giò si divertiva un mondo, perché poteva soddisfare la sua frenesia di contare, contare ogni cosa sulla quale si posava il suo sguardo. Anche se non ne capiva il perché. Un giorno, però, Antonio cadde dalla bicicletta e Giò, che era il solo vicino a lui, lo aiutò con accortezza; il cantoniere lo ringraziò, lo trattò come un ometto.
“Giò - gli disse Antonio - ti lascio solo al banchetto, mentre vado a mettermi un po’ di alcool per disinfettarmi la ferita. Ti raccomando, segna tutto: questo è un lavoro delicato. Quello che noi facciamo (e Giò nell’udire quel “noi” si sentì importante) è una statistica, alla fine del mese noi sappiamo quanti veicoli attraversano la strada: quante biciclette, quante macchine, quante moto, eccetera”. Giò guardò Antonio con attenzione, con gratitudine, per averlo reso partecipe di un impegno così rilevante. Però prima che il cantoniere si assentasse, volle chiedergli il perché di quella… “statistica”. E Antonio, che si teneva il dito che perdeva sangue per la caduta, rispose frettolosamente: “Perché se quelli del governo vedono che questa strada è molto transitata ne costruiscono una più grande, altrimenti la lasciano così… ora vado… ”
E Giò volle fare un po’ il furbetto: passava una macchina, ne segnava due; passavano tre biciclette, ne segnava sei. In sostanza, approfittò della lontananza di Antonio per moltiplicare il movimento su quella strada. Ma il cantoniere, che conosceva a memoria quel tratto, ogni curva, ogni cunetta, gli avallamenti e, soprattutto, tutti coloro che passavano di lì, capì l’imbroglio. Ne chiese le ragioni a Giò, che, senza cercare di giustificarsi, dette la sua motivazione: “Se quelli del governo vedono che tanta gente passa da qui, fanno una bella strada… ”. Una scorrettezza a fin di bene, dunque, che Antonio, sia pure in modo benevolo, fece intendere di disapprovare.

E Giò imparò a contare, e a contare in modo veloce, non sui banchi di scuola. A dire il vero nell’elencare i numeri, a scuola, era alquanto insicuro tanto che il maestro gli disse un giorno: “Giò conta a voce alta tutto quello che vedi, imparerai subito, non fare più paginette intere di 1, di 2, di 3… ”. Il ragazzo prese alla lettera i suggerimenti del maestro, e pur di non scrivere lunghe e noiose pagine di quaderni, cominciò a contare tutto, e a farlo velocemente quando passavano i treni.
Erano tanti i treni, lunghissimi, che transitavano in prossimità della sua campagna, e correvano… correvano. E lui doveva essere davvero bravo per tenere il conto di tutti quei vagoni, che sfrecciavano trainati da locomotive nere e minacciose, mentre sbuffavano rumorosamente. C’erano i treni, che trasportavano persone, ma erano soprattutto quelli carichi di merci ad attrarre la sua curiosità. Sui carri c’era di tutto: macchine, legname, radici di barbabietola… Sui treni e sul loro funzionamento sapeva ogni cosa. Tutti i ferrovieri, che facevano servizio nella vicina stazione, erano suoi amici. Era, in fondo, la loro mascotte. Il capostazione con il cappello rosso, basso e aitante, se lo portava in giro negli uffici; il magazziniere, alto e asciutto, di poche parole, lo considerava uno della grande famiglia, quando si aggirava nel largo deposito pieno di prodotti; merci pronte per la partenza o appena scaricate da uomini muscolosi. Ettore, un ferroviere napoletano, che si tratteneva sempre a casa di Giò, lo portava a visitare le locomotive. Guardava con interesse uomini sporchi in viso che immettevano carbone, con lunghe pale, nella pancia della locomotiva, che sprigionava lingue di fuoco.
Il convoglio prima di farsi vedere si annunciava, da lontano, con ripetuti e lunghi fischi. Giò, però, intuiva ancora prima l’arrivo del treno dal tintinnio delle sbarre che il casellante faceva abbassare, si organizzava e… zac… a contare frettolosamente i carri che gli guizzavano vicino e, spesso, ne perdeva il conto. Se, poi, il locomotore si fermava, facendo scintillare le rotaie, alla vicina stazione, tutto era più facile.

Un giorno Giò smise di portare i calzoncini, si preparò la valigia e partì; partì con uno dei treni che tante volte aveva salutato con le mani al vento. Lavorò nelle città industriali del Nord, si fermò in Germania, dove alcuni suoi parenti lo avevano preceduto, trovò un incerto approdo in Francia per poi fermarsi in Argentina. Viaggiò con treni velocissimi e moderni, che lo trasportavano da un luogo all’altro. Ormai da tempo non contava più, né carri né carrozze superaccessoriate.

Giò è tornato, dopo tanti anni, nel suo paese, con tre figli, che parlano francese, inglese, tedesco e italiano. Antonio, il cantoniere buono, non c’è più da tempo, nessuno sistema banchetti per nuovi censimenti. Il capannone delle rondini è stato abbattuto. Al suo posto una lunga muraglia per civili abitazioni. La stazione ferroviaria è inattiva, così come il casello e il grande magazzino. Gli hanno detto che le sbarre si chiudono automaticamente, comandate da moderni strumenti tecnologici (ma questo per lui, che ha tanto viaggiato, non è certo una novità), che il treno per il trasporto di merci non è più indispensabile: tutto, ora, in queste parti, è trasportato dai tir. Anche i viaggiatori non trovano più carrozze per ospitarli, perché sempre meno numerose. I lunghi fari, che illuminavano gli ampi spazi, sono spenti da tempo.

Giò osserva i binari sottoposti sempre a meno sforzi. Gli acuti e prolungati fischi sempre più rari, perché più rari i treni. Giò descrive ai suoi giovani figli i luoghi della sua infanzia, quando i treni correvano numerosi, e lui a esercitarsi a contare. Un manifesto gigante annuncia, sui muri anneriti di una brutta stazione, il prossimo convegno sull’alta velocità e sulla necessità di efficaci mezzi di trasporto per una società moderna. Giò abbozza un sorriso. Un velo di malinconia gli inumidisce gli occhi, mentre il figlio più giovane è incollato al telefonino.

Giò vorrebbe rimettersi i calzoncini per contare i vagoni, che passano lacerando l’aria. Ma i pantaloni corti chi sa dove sono, mentre i treni hanno cessato di viaggiare. Laggiù, nel paese di Giò.

Laggiù, nel paese di Giò
di Giovanni Pistoia
L’albero delle mele d’oro
1 settembre 2011

NOTA
Il racconto è apparso per la prima volta nella rivista “Mondiversi” (anno V, n. 6, novembre-dicembre 2007). Ripreso da alcuni siti:
È riproposto con leggere variazioni.

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